Le riprese del film si sono concluse a settembre, a circa sessant’anni di distanza dalla prima pubblicazione del romanzo originale.
La regista Sarah Polley ha accolto la sfida di traslare sul grande schermo uno dei romanzi chiave della letteratura americana: “The Bell Jar”, scritto da Sylvia Plath e pubblicato per la prima volta nel 1963 sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas.

Un’opera semi autobiografica, che vede quale protagonista e narratrice la giovane Eshter Greenwood, personaggio immaginario che sintetizza alla perfezione le aspirazioni e le nevrosi delle donne del secolo scorso fino ai giorni nostri, strette tra i pregiudizi e le aspettative professionali e amorose.
A portare sul grande schermo l’inquietudine, i sogni e gli incubi della ragazza – sullo sfondo dell’America degli anni Cinquanta, in preda a una dolorosa transizione e a conflitti sociali ancora inesplosi, in contrasto con il benessere economico e al boom delle periferie residenziali – è Billie Eilish, alla prima, vera prova d’attrice protagonista: la cantante era già apparsa in un ruolo secondario in “Swarm”, serie tv thriller scritta da Donald Glover.
In “The Bell Jar”, la star – considerata da alcuni critici musicali una delle artiste più talentuose, premiate e di successo del XXI secolo, malgrado la giovanissima età – incontra la complessità emotiva e psichica di Sylvia Plath, che nella vita reale sperimentò molte delle situazioni di disagio mentale descritte nel romanzo.
Eshter è una ventenne che crede nel proprio talento, ma la fiducia in se stessa crollerà drammaticamente quando le sue rosee previsioni per il futuro si scontreranno con una realtà oscura e deludente, provocandole continue crisi e quella depressione – già evocata nel titolo, “La campana di vetro” – che la condurrà a ripetuti tentativi di suicidio.
Non si tratta, ovviamente, di una storia facile da portare al cinema: gli anni sono passati, ma il tema della follia, soprattutto se declinata al femminile, è ancora uno stigma che raramente il grande e piccolo schermo riescono ad affrontare compiutamente, senza cadere nella banalizzazione, nella stucchevolezza o nel patetismo.
Billie Eilish, dunque, ha messo a servizio di uno dei personaggi femminili più amati della letteratura americana di tutti i tempi, la sua sensibilità e autenticità, componenti caratteristiche di una personalità anticonformista e non allineata.
Sin dai primi straordinari successi planetari come cantante, si è sempre dichiarata estranea ai classici stereotipi delle pop star tradizionali, mettendo il pubblico a parte delle sue scelte etiche: vegana, animalista, attivista per la sostenibilità ambientale e la giustizia climatica, supporta progetti umanitari e di equità alimentare.
Nel tempo, ha costruito con i fans una connessione intima e trasparente, fondata sul racconto sincero delle sue fragilità: affetta dalla sindrome di Tourette, Billie Eilish non ha mai nascosto di avere sofferto di depressione durante l’infanzia e l’adolescenza, e della sindrome dell’impostore, che affonda le radici nel successo che l’ha travolta quando è esplosa a livello globale nel 2019, con il suo album di debutto “When We All Fall Asleep, Where Do We Go?” e il tormentone “Bad Guy”.

LA TRAMA E IL CAST
L’attesissimo adattamento cinematografico del romanzo di Sylvia Plath è stato girato da giugno a settembre 2026, ma l’uscita nelle sale è prevista per il 2027.
Le riprese si sono svolte a Toronto e nella regione di Durham, nell’Ontario, sebbene la trama originale di “The Bell Jar” sia ambientata nella New York degli anni Cinquanta.
Per ricreare le atmosfere dell’epoca, tuttavia, la produzione ha scelto il Canada, Paese natale della regista, che nel 2023 ha ricevuto un Premio Oscar alla migliore sceneggiatura non originale per il suo “Women Talking – il diritto di scegliere”.
Sarah Polley firma regia e sceneggiatura anche in “The Bell Jar”, un progetto che vanta nomi di primo piano dello showbiz: il cast, infatti, annovera Carey Mulligan, che interpreta la madre di Eshter, Connor Storrie, Danielle Deadwyler e Lili Taylor.
Il film è targato Focus Features ed è co-prodotto da Studio Canal e Plan B Entertainment.
“La Campana di Vetro” narra la storia di Esther Greenwood.
Iniziata come un sogno, diviene ben presto un incubo: a diciannove anni, aveva un avvenire brillante davanti a sé, pronta a spiccare il volo grazie alla sua intelligenza e al suo talento nella scrittura.
Selezionata insieme ad altre undici stagiste da una prestigiosa rivista della Grande Mela, la giovane donna aveva ricevuto una borsa di studio e beneficiava di tante opportunità impensabili per le ragazze della sua età.
Tra i bagliori di New York, i suoi sogni si scarnificano e la ragazza, ancora inconsapevole delle sue reali aspirazioni, non riesce a integrarsi, perdendo qualsiasi forma di interesse per il suo lavoro e per le feste a cui è invitata; la vita frenetica della città la inghiotte facendola sentire sempre più sola, sullo sfondo di un’America che assisteva attonita all’esecuzione dei coniugi Julius ed Ethel Rosenberg, prima condanna a morte in tempo di pace per spionaggio nella storia degli Stati Uniti, e prima volta in cui una donna subiva tale pena per questo reato.
Tornata a casa, vede la sua vede sgretolarsi rapidamente: il suo fidanzato Buddy Willard è infedele e la tradisce con la cameriera.
Il sistema nervoso della giovane cade a pezzi.
A peggiorare la situazione, anche la scoperta della falsa promessa di una borsa di studio.
Gli eventi nefasti conducono Eshter verso la depressione, il delirio e gli atti di autolesionismo; ricoverata in un ospedale psichiatrico, si sottoporrà a diversi trattamenti, dall’elettroshock alla psicoterapia.
“La campana di vetro” trae ispirazione dalla vita stessa dell’autrice. Esther, infatti, è considerata una versione romanzata di Sylvia Plath, dalle sue esperienze giovanili alla crisi di salute mentale.
A più di sessant’ anni dalla sua pubblicazione, il romanzo non ha perso la propria forza, affrontando il disorientamento, la pressione del successo e le trasformazioni sociali che cambiarono profondamente il volto dell’America e dei Paesi occidentali nella metà del secolo scorso.
Una fine riflessione sulla condizione femminile, l’instabilità emotiva, gli standard comportamentali e il baratro del malessere esistenziale che trascendono epoche e contesti geografici.
Il libro è rimasto nella classifica dei bestseller del New York Times per ventiquattro settimane e ha venduto oltre un milione di copie nel 1993.
Ancora oggi è ristampato e rimane una delle opere più influenti del XX secolo, con milioni di copie vendute in tutto il mondo, considerato uno dei testi più autorevoli nella trattazione del processo di crollo mentale di una persona e una delle opere letterarie ispiratrici del movimento femminista anglo-americano.

