Ecco un film che ridefinisce il genere western, in un’America rurale costretta a fare i conti con i cambiamenti climatici e con un sogno rovesciato.
Statunitense di Telluride, classe 1993, l’ottimo Max Walker – Silverman, che firma regia e sceneggiatura, in “Rebuilding- Come l’acqua per il fuoco”, rivisita la figura del cowboy, non più eroe solitario che combatte nel solco del mito della frontiera.
Dusty, il protagonista, incarna piuttosto lo stigma sociale del loser, suo malgrado: dopo un incendio devastante, è rimasto senza ranch, mito fondativo di tutte le storie a stelle e strisce che si rispettino.
Interpretato da Josh O’Connor – molto apprezzato nel ruolo del Principe Carlo in “The Crown“, che gli è valso il Premio Emmy e, successivamente, il Golden Globe per il migliore attore in una serie drammatica – il giovane, messo a dura prova dagli eventi, dovrà imparare a riscattarsi attraverso l’etica del duro lavoro e della resilienza, in uno spazio naturale ostile: il Colorado di “Rebuilding” non è la meraviglia del Boulder Canyon, il luogo ideale descritto da John Denver dove l’uomo vorrebbe suonare il banjo alle prime luci dell’alba, ma uno spazio selvaggio nella regione delle Montagne Rocciose, dove le calamità naturali estreme incrociano i cambiamenti della società.
Individualismo e necessità di coesione sociale si incontrano continuamente: trasferitosi su una roulotte in un terreno di proprietà del Governo, Dusty – che, letteralmente tradotto in italiano, significa “polveroso”, aggettivo che rimanda alla condizione esistenziale del rancher che ha perso tutto – entra in contatto con la comunità degli sfollati e con i suoi familiari.

Il nuovo assetto della sua vita lo condurrà a interagire ancora con la figlia Callie-Rose e l’ex moglie, nel tentativo di recuperare, oltre al terreno andato in fiamme, anche i rapporti con le due figure femminili.
“Rebuilding”, nelle sale italiane dal 4 giugno, non è, malgrado la trama, un film disperato né disperante: è il titolo stesso a suggerire la presenza di un’insopprimibile speranza legata al concetto di “ricostruzione”.
È, piuttosto, un’indagine – a tratti poetica – del quotidiano quando le certezze consolidate crollano, a partire dalla casa che, secondo la civiltà occidentale, sintetizza le tensioni sociali, economiche e identitarie dell’individuo.
Il regista Max Walker -Silverman dimostra che il genere western non solo non è mai morto, ma che forse è l’unico – o quasi – ancora capace di raccontare storie vere: nel film non c’è sesso e non ci sono storie d’amore, ma sentimenti universali come la relazione tra padre e figlia in tutta la sua atavica potenza, l’eterna resistenza di fronte alla Natura, la possibilità di riconoscere l’altro come parte di una storia comune.
Ed è nel continuo rimando tra dimensione privata e vicende collettive, che il cinema made in USA continua, malgrado le criticità e l’imperversante carenza di idee, a trionfare ed essere grande: o addirittura epico, come nel caso di “Rebuilding”, nel racconto metaforico di una nazione che sa rialzarsi, malgrado tutto.
Un film misurato che, senza proclami né sentimentalismi, chiede allo spettatore di riflettere sull’impermanenza delle relazioni, del benessere materiale, della vita stessa.
Solo l’amore tra padre e figlia, il sentimento più forte che esiste in Natura, può sfidare la morte, la sconfitta, le trame burocratiche che avvelenano ulteriormente la condizione di chi è già stremato dagli eventi.
Davvero sorprendente l’adesione di Josh O’Connor – britannico di Southampton, dove è nato il 20 maggio del 1990 – al personaggio del cowboy ferito, sulla strada a tratti dubbiosa ma imprescindibile della ricostruzione.
Tutto il cast è notevole: svettano, in particolare, la piccola Lily LaTorre che impersona la figlia e Ruby, l’ex moglie interpretata da Meghann Fahy.
Felice la scelta di coinvolgere attori non professionisti, che attraversano la scena con naturalezza e genuinità.
Dacci presto altri film veri, Max Walker -Silverman, con le tue atmosfere anni Settanta, per riportarci indietro nel passato e capire chi siamo stati, cosa siamo diventati e, soprattutto, dove stiamo andando.

