La vita del regista israeliano Nadav Lapid, malgrado l’enorme successo della sua ultima opera, “Yes”, non è facile: di recente, il cineasta è stato oggetto della più che discutibile estromissione da FID Marseille, il festival cinematografico in programma dal 7 al 12 luglio nella città francese.
Nei mesi scorsi, il regista era stato invitato al festival dalla direttrice Tsveta Dobreva, che gli aveva proposto di presiedere la giuria.
Nell’ambito della rassegna, avrebbe inoltre dovuto tenersi un evento dedicato alle sue pellicole; all’orizzonte, c’era anche la pubblicazione di un libro dedicato alla sua opera filmica.
Fin qui, tutto lineare.
Circa un mese fa, però, la stessa direttrice, incalzata dal pressing di altri registi, aveva informato Nadav Lapid che la sua presenza non era gradita, in quanto ritenuta troppo divisiva: un passo indietro motivato dalla minaccia, da parte di alcuni partecipanti, di ritirare addirittura i propri film.
Un ricatto inaccettabile, a cui però Nadav Lapid si era “sottomesso”: l’accordo raggiunto con Tsveta Dobreva prevedeva infatti la sua rinuncia alla presidenza della giuria, ma anche il mantenimento dell’evento in suo onore.
Apriti cielo.
L’israeliano della discordia è stato vittima di pesanti attacchi personali e professionali, motivati, almeno ufficialmente, dai finanziamenti ricevuti per “Yes”, sostenuto con denaro pubblico dall’Israel Film Fund di Tel Aviv.
Una decina di colleghi hanno inveito contro di lui, annunciando la loro mancata presenza a Marsiglia laddove Nadav Lapid non avesse rinunciato a tutte le iniziative collegate a “Yes” e alla sua produzione.
A nulla, dunque, sono valse le posizioni espresse in “Yes” contro quelli che, secondo il regista, rappresenterebbero i mali della società israeliana: il militarismo sfrenato, la politica colonialista e l’indifferenza nei confronti della popolazione di Gaza.
L’aristocrazia contemporanea della settima arte ha decretato: o noi, o lui.
Con immensa dignità, senza nascondere l’amarezza, Nadav Lapid ha tolto il disturbo, impartendo inconsapevolmente una lezione di non violenza a quella che lui stesso definisce “una sinistra radicale purista scollegata dalla realtà”, stigmatizzando l’esclusione subita come una manifestazione “prodotta dal fanatismo e dall’ignoranza”.
Chi si è accanito contro di lui, di certo non ha visto “Yes”, attacco frontale alla destra israeliana al governo: il protagonista, è un pianista jazz filo governativo a cui viene chiesto di comporre un nuovo inno nazionale che celebri la gloria del suo Paese.
La vita quotidiana del musicista appare totalmente avulsa da qualsiasi forma di coinvolgimento o interesse riguardante i fatti del 7 ottobre: alla fine, scrive una melodia nazionalista e furente, che lo rende complice della propaganda.
Un atto non solo musicale, che ne sancirà la fine artistica.

LE REAZIONI
Boicottato sì, ma anche sostenuto da tantissimi colleghi francesi ed europei, oltre che da connazionali quali Natalie Portman, Nadav Lapid ha incassato la difesa pubblica di nomi quali Jacques Audiard, Justine Triet e Rebecca Zlotowski che, in un appello pubblicato su Le Monde, hanno definito “fallimento intellettuale” il comportamento discriminatorio riservato al regista.
“I cinesti russi, israeliani e iraniani – si legge – non possono sparire per espiare crimini commessi dai loro governi a cui spesso si oppongono, e nulla giustifica la cancellazione della parola di un artista”.
I firmatari hanno inoltre ricordato che la dignità umana e la cultura non possono essere “ridotte a un passaporto”.
L’appello è chiaro: un conto è il sacrosanto diritto al dissenso, ben altro è la violenza cieca che si abbatte su un artista costretto a subire minacce e umiliazioni pubbliche.
Nel caso specifico, è del tutto inaccettabile che l’unica reale motivazione collegata all’esclusione del regista dal FID Marseille sia la nazionalità israeliana: un’azione intollerante e becera, che nulla di buono porta alle istanze della Palestina né alla visione di un cinema giustamente inclusivo, tempio di idee diverse nel rispetto dei diritti umani e civili a tutte le latitudini.
Ed è inquietante che tutto ciò sia accaduto in Francia, nazione che ha sperimentato di recente la tragedia dei fondamentalismi.
E che, soltanto nel 2019, aveva osannato Nadav Lapid consacrandolo tra i grandi del cinema, con una copertina dedicata alla sua pellicola più intima e autobiografica: “Synonymes”, vincitrice dell’Orso d’oro al 69º Festival Internazionale del Cinema di Berlino e successivamente diventata un “cult” anche in Francia.

