Cinema

Addio a Dolly Parton, il più bel “fiore d’acciaio” nella storia del cinema

La rosa più bella del Tennessee ha chiuso gli occhi per sempre.
Dolly Rebecca Parton, scomparsa a ottant’anni il 25 agosto,  è stata una delle massime espressioni della musica country di tutti i tempi, un’attrice istintiva e bravissima, un’imprenditrice attenta al sociale ma soprattutto un’artista capace di unire il Paese, coagulando attorno alla propria estetica “southern” un mondo di canzoni old style che, attraversando il tempo, hanno celebrato l’attaccamento alla ruralità, la centralità dei valori umani, la famiglia, l’onestà e la semplicità della working class degli Stati Uniti d’America.
Dolly Parton li ha “esportati” tra le platee di tutti i continenti: il pubblico, che oggi la piange autenticamente, ha sempre visto in lei un elemento di unione tra le anime complesse dell’identità a stelle e strisce.
Bella, formosa, dotata di una voce notevolissima, amata trasversalmente dallo showbiz e da colleghi di tutte le età che in lei hanno sempre avuto una mentore dal cuore d’oro, Dolly Parton ha incarnato l’anima ruvida e verace degli USA, nelle canzoni e sul grande schermo.
In “Nine to five”, capolavoro cult di Colin Higgins, interpretò il ruolo di Doralee Rhodes: era il 1980 e Dolly Parton declinò per il cinema il prototipo della segretaria texana appariscente, bionda e “busty”: un’interpretazione formidabile, in un cast all star con nomi del calibro di Jane Fonda e Lily Tomlin in cui non sfigurava neppure per un momento.
Il brano che reca lo stesso titolo della pellicola divenne una canzone di rivendicazioni professionali al femminile, e le valse due Grammy e una candidatura all’Oscar.
Era solo l’inizio di una carriera strepitosa: il meglio della ragazza di Pittman Center doveva ancora arrivare.
E arrivò nel 1989, con uno dei film più belli di sempre, “Steel Magnolias” di Herbert Ross: lei è il “fiore d’acciaio” più bello del cast, composto da dive come Sally Field, Julia Roberts e Shirley MacLaine.
Nel film drammatico interpreta la proprietaria di un salone di bellezza in Louisiana, Truvy Jones: solare, chiassosa e saggia, è l’anima della comunità femminile locale, capace di dispensare consigli e umanità.
Così è stata Dolly Parton nella vita: filantropa e animalista, ha legato il suo nome a cause nobili quali l’istruzione infantile e il supporto ai randagi.
Profondamente credente, è spirata nel conforto della fede, di cui mai aveva fatto mistero.
Moglie devota, ha amato un solo uomo: l’imprenditore Carl Dean, sposato nel 1966 in Georgia.
Un sentimento longevo e inossidabile, interrotto solo dalla morte di lui nel 2025.
E che dire de “Il più bel casino del Texas”, adattamento cinematografico di un musical di Broadway, dove nel 1982 recita insieme a Burt Reynolds, in cui canta la prima e storica versione cinematografica della sua hit “I will always love you”.
Il presidente Donald Trump ha disposto le bandiere a mezz’asta nel Paese per una settimana: un’attestazione di stima per la donna e l’artista, ma le sue parole dicono molto di più.
“Nessuna è stata e sarà mai come lei – ha detto – e la sua morte è una perdita enorme per milioni di persone: riposa in pace, Dolly, il mondo ti vuole bene”.
Eppure, gli screzi tra i due non erano mancati: in tanti ricorderanno il suo netto rifiuto della Medaglia della Libertà da parte del capo della Casa Bianca, un “affronto” che tuttavia non era bastato a sminuirla agli occhi – non certo accomodanti – del commander in chief.
Anche in commedie quali “Rhinestone” con Sylvester Stallone e “Straight talk” con James Woods,, Dolly diede il meglio di sé : ironica, spassosa, era la spalla ideale per attori seriosi e poco provvisti di ironia.
Con la sua dipartita, scompare un’interprete che al cinema è stata capace di riscrivere, nella forma e nei contenuti, il personaggio della bionda svaporata, incastonandola intelligentemente nell’universo edonista degli anni Ottanta e dei decenni a seguire.
Nella musica, ha lasciato un impronta così profonda da potere affermare con certezza che, se lei non fosse mai esistita, non ci sarebbero neppure state, artisticamente, Shania Twain o Miley Cirus.
Ingombrante, unica, sexy, noncurante di apparire “eccesiva” e capace di parlare al cuore dell’America come nessun’altra.
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