Cinema

“Un semplice incidente”: j’accuse di Jafar Panahi contro il regime teocratico iraniano. Ironia e metafore per raccontare la ferocia della repressione

Il cinema iraniano è un paradigma di resistenza.
Le restrizioni finanziarie a cui i cineasti indipendenti hanno dovuto fare fronte a partire dalla Rivoluzione Islamica del 1979, ne hanno forgiato il linguaggio e lo stile rendendoli minimali, sobri e poetici, eppure capaci di affrontare temi capitali come la giustizia, la libertà e la ricerca dell’identità.
I budget ridotti all’osso non hanno mai intaccato la creatività dei registi, perseguitati dalla censura del regime teocratico che ha sempre visto nella settima arte un potenziale pericolo eversivo.
La pressione politica, paradossalmente, ha determinato lo sviluppo – e il successo –  di un cinema resiliente, realista e dalla forte tensione civile, che fonda la propria narrazione sul paesaggio e sull’indagine del quotidiano.
“Un semplice incidente”, ultima opera di Jafar Panahi, Palma d’oro alla settantottesima edizione del Festival di Cannes e di recente insignito del Premio alla Carriera nel corso della ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma, coagula e consolida le qualità migliori della cinematografia del Paese mediorentale: uso mirabile e sofisticato di metafore e simboli, capacità di trasformare l’ambiente in uno strumento narrativo, messaggi sociali potenti malgrado le maglie strettissime del regime di Teheran.
Nello specifico, il cinema di Jafar Panahi svetta anche per il senso della ricerca e della sperimentazione formale che, congiuntamente alla libertà autoriale e creativa, lo rendono un unicum nel contesto culturale odierno.
Per il regista, tra i più autorevoli nella storia del cinema iraniano – divenuto ormai un vero e proprio movimento di resistenza culturale – e uno dei maggiori autori contemporanei, si è trattato del primo red carpet fuori dal Paese d’origine: un momento storico, giunto dopo tre arresti e innumerevoli censure e bastoni tra le ruote da parte della dittatura.
Il primo, nel 2010,  per aver partecipato alle commemorazioni di un manifestante ucciso durante le proteste seguite alla rielezione di Maḥmūd Aḥmadinežād, ex presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, il secondo nel 2010 e, infine, nel 2022, con l’accusa di essersi opposto alla polizia che aveva incarcerato il collega e amico Mohammad Rasoulov, regista dissidente condannato più volte dalla corte rivoluzionaria iraniana.

LA TRAMA 

Una famiglia composta da padre, madre e figlia viaggia nella notte in auto: un cane finisce sotto le ruote e il guasto al motore che ne consegue, costringe il conducente a fermarsi in un’officina.
Il suo passo claudicante viene riconosciuto da un uomo che si trova sul posto e che cerca di non farsi vedere perché, proprio nel conducente, gli pare di riconoscere un agente dei servizi segreti da cui, durante un periodo di detenzione, aveva subito feroci sevizie.
Deciso a vendicarsi, è pronto a seppellirlo vivo ma un dubbio lo assale: teme, infatti, che si tratti di uno scambio di persona.
Dubbioso sull’identità del presunto carceriere, cercherà in altri le conferme della violenza dell’uomo.
Jafar Panahi racconta i comportamenti aberranti di un sistema teocratico di cui conosce bene i risvolti: lo stesso che lo ha inchiodato al muro, ostaggio di un interrogatorio in cui gli si chiedeva perché le sue pellicole non mostrassero, piuttosto, gli aspetti edificanti della società iraniana.
“Un semplice incidente” possiede solo la rivestitura formale della commedia: è un film politico, in cui il regista utilizza la carta dell’ironia per denunciare, con il “solito” coraggio, la crudeltà della repressione.
Un sistema a cui le donne iraniane da tempo si ribellano scendendo in piazza: Jafar Panahi le ha sempre difese, prendendo pubblicamente posizione sulla morte della giovane Mahsa Amini, detenuta e uccisa in carcere con l’accusa di avere indossato in modo troppo “allentato” l’hijab.

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