Robert Redford è morto: l’attore e regista, vincitore di due premi Oscar, aveva 89 anni. Come annunciato dalla sua agente, Cindi Berger, Redford «è morto nel sonno, nel luogo che amava, circondato dalle persone che amava». Era malato da tempo: il decesso è avvenuto nella sua casa dello Utah. «Tutti gli uomini del presidente, «A piedi nudi nel parco», «I tre giorni del Condor» e «La mia Africa» tra i suoi film più celebri. Ma indimenticabili sono anche le interpretazioni in «La stangata», o «Il grande Gatsby». Questo è il ricordo firmato da Maurizio Porro.

Mentre dormiva nella sua casa nello Utah, ci ha lasciato martedì mattina Robert Redford, il maggiore attore americano degli anni ’70, colui che impose – contro la violenza tipo di Bronson, McQueen, Eastwood – l’immagine di un uomo affascinante, sensibile, democratico, bravo a baseball e con qualcosa in più: la coscienza civile.
Dal ’74 al ’76 è stato campione al box office: perché aveva il senso del reale, l’attenzione per la «Gente comune», come titola il film che gli ha dato il primo Oscar (da regista) nell’81, la voglia di verità, la passione per le battaglie.
I suoi successi sono tanti, in più di 60 titoli, spesso storici, utili alla causa, raramente finti e modaioli («Proposta indecente»). Era amato da tutti: dagli ecologisti per l’attenzione alla natura («Corvo rosso non avrai il mio scalpo»), dai liberali per «Tutti gli uomini del Presidente», sullo scandalo Warergate, dagli attivisti per «Come eravamo», tenero amarcord diviso con la Streisand sulla gioventù degli ideali roosveltiani e il Tempo che ricuce la Storia.
Non ha avuto la solita carriera da divo: dalla California, dov’è nato nel ’37, a Santa Monica, dopo un’adolescenza infelice per la morte della madre, si concede un periodo bohèmien, viaggiando a visitar le bellezze di Francia e Italia, col desiderio di diventare pittore, ma nel ’59 torna a New York e debutta a Broadway in «A piedi nudi nel parco», di Neil Simon che sarà, in coppia con la giovane Jane Fonda come in scena, il suo primo successo al cinema.
Gira con Penn l’antimaccartista «La caccia» scritto da Lillian Hellman, poi «Lo strano mondo di Daisy Clover», ma ha il coraggio di rifiutare, anche sbagliandosi, «Il laureato», «Rosemary’s baby» e «Chi ha paura di Virginia Woolf?», centrando invece una straordinaria coppia carismatica con l’amico Paul Newman in «Butch Cassidy» (sconfiggendo Brando e Beatty) e «La stangata» di Roy Hill, successi mondiali e brillanti. Seguirà, risarcimento militante, «Il candidato», radiografia di un lancio elettorale, prendendosi poi una sfarzosa pausa letteraria quando, dopo Ladd e prima di DiCaprio, interpreta il fitzgeraldiano «Grande Gatsby».
Dopo «Il temerario», dov’è uno spericolato pilota di biplani, lo ritroviamo nel miglior thriller del periodo, «I tre giorni del Condor» di Pollack, un intrigo di potere nella Cia e dintorni che precede non a caso quello vero del Watergate nel film con Dustin Hoffman (fu lui ad acquistare per 450.000 dollari i diritti del libro).
Redford è stato un attore perfetto in coppie, sia maschili sia femminili (celebre quella con Meryl Streep nella «Mia Africa»); non era mai virtuosistico, egocentrico, non aveva la recitazione «psycho» alla Jack Nicholson, preferendo quasi sempre l’impegno sociale o la sua scorciatoia, la malinconia. Un altro successo fu «L’uomo che sussurrava ai cavalli» e fece rumore il western pro indiani «Ucciderò Willie Kid» di Polonsky, regista che era nelle liste nere e così tornò sul set.
L’altro impegno ecologista lo porta a film come «Il cavaliere elettrico» ma soprattutto a fondare nel «suo» Utah nell’81 il Sundance Institute poi Festival (dal nome del suo personaggio in «Butch Cassidy») per un cinema indipendente che allevò, tra gli altri, Tarantino, Jarmusch, Nolan.
Non amò mai farsi inghiottire della macchina di Hollywood, sceglieva i registi (Roy Hill, Pollack, Ritchie), senza considerare il successo commerciale, che poi quasi sempre arrivava proprio grazie al suo fascinoso carisma. Ma nei suoi nove film da regista non sempre si è scritturato, dando spazio e potere al soggetto con annesse polemiche, da «Quiz show» a «Leoni per agnelli».
Premi ottimi e abbondanti: un secondo Oscar alla carriera, Leone d’oro al Lido, Medaglia della libertà di Obama, Legion d’onore francese, David e Golden globe a raffica, un patrimonio di riconoscimenti lasciati ai 4 figli, due scomparsi prematuramente, e alla seconda moglie Sibylle Szaggars, sposata dopo la fedele Lola Van Wagenen.




