Cinema

Alla quarantesima edizione del festival “Il Cinema Ritrovato” una retrospettiva dedicata a Barbara Stanwyck, regina dell’Età dell’Oro di Hollywood

Frank Capra la elogiava, dicendo di lei che, se ci fosse stata una gara di popolarità a Hollywood, l’avrebbe certamente vinta a mani basse.
Eppure Barbara Stanwyck, al secolo Ruby Catherine Stevens, fu tutt’altro che una donna e – un’attrice – addomesticabile, lontana anni luce dallo stereotipo delle tre B: bella, brava e benpensante.
La forza e la pragmaticità dei personaggi che interpretava le appartenevano radicalmente: a forgiare il suo carattere era stata un’infanzia malinconica e complicata, segnata da lutti e abbandoni.
Ultima di cinque figli di una coppia di operai, “The Queen” – così era denominata per via delle inarrivabili doti recitative –  nacque a Brooklyn il 16 luglio del 1907: rimase tragicamente orfana di madre a soli quattro anni, e il padre, dopo avere perso la testa per il dolore, fuggì a Panama lasciando i figli al loro destino.
Separata dai fratelli, crebbe saltando da una famiglia affidataria all’altra, comprendendo sin da piccola che avrebbe potuto contare solo su se stessa.
Con queste premesse drammatiche, c’era ben poco da fare: continuare a soffrire o svettare, rivelando al mondo che quella bambina sfortunata era in grado di conquistare Hollywood e diventare una delle attrici più acclamate di tutti i tempi, portatrice sana di una modernità che intrecciava autodeterminazione, durezza e cuore, talento e un magnetismo senza eguali.
All’interprete de “La fiamma del peccato” di Billy Wilder, forse la sua prova d’attrice più riuscita, è dedicata una retrospettiva curata da Molly Haskell in occasione della quarantesima edizione del Festival “Il Cinema Ritrovato”, in programma a Bologna fino al prossimo 28 giugno: oltre cinquecento pellicole restaurate, otto schermi cittadini e uno sguardo che abbraccia l’Armenia e il Giappone.
Al Grand Hotel Majestic in via dell’Indipendenza 8, i cinefili possono trovare tutto, ma proprio tutto sulla diva che campeggia, fatale, nell’immagine del manifesto e del catalogo.
Al Cafè Marinetti, che sorge all’interno della prestigiosa struttura nel centro cittadino, sono esposte fotografie d’epoca provenienti dagli archivi internazionali più autorevoli.

LA DONNA E L’INTERPRETE 

Bella era bella, ma l’avvenenza di Barbara Stanwyck non era “scontata”: naso lievemente adunco, un viso che sfuggiva ai dettami della classicità, sguardo volitivo e “adulto” anche da giovanissima.
Carismatica e intensa, possedeva una fisicità notevole che le derivava dal passato come ballerina di fila: elegante, scultorea e scattante, vantava una postura impeccabile che le conferiva autorevolezza e fascino.
Rifiutò sempre di interpretare donne deboli e vulnerabili in balia degli eventi, scegliendo invece figure di dark lady spesso ciniche e spietate, per nulla intimorite dallo strapotere maschile.
Fu così anche oltre la finzione scenica: negli anni Quaranta, Barbara Stanwyck è stata l’attrice più pagata negli USA, dopo aver raggiunto lo status di donna meglio remunerata del Paese già nel 1937.
Erano gli anni dell’Età dell’Oro di Hollywood, quelli in cui i sogni promanati dal grande schermo cominciarono a camminare di pari passo con i grandi profitti: nacque lo star system che avrebbe plasmato per sempre l’immaginario collettivo, agendo sull’inconscio della società americana e non solo, determinando archetipi e identificazioni proiettive e influenzando profondamente i consumi e i valori sociali.
Parte integrante del sistema e del potere assoluto degli Studios, Barbara Stanwyck non rinunciò mai a dire la propria: anticomunista militante, si oppose vivamente al New Deal.
Senza dimenticare che, insieme all’allora marito Robert Taylor, supportò l’attività della Commissione per le attività antiamericane deponendo come testimone.
La sua filantropia fu per sua volontà tenuta sempre lontana dai riflettori: non di rado, pagava privatamente e in segreto le spese mediche e le bollette dei membri delle troupe in difficoltà economiche; donò il proprio denaro per sostenere animali feriti o abbandonati in strutture adeguate ed elargì una vasta collezione di sceneggiature storiche e documenti professionali all’American Heritage Center dell’Università del Wyoming: un segnale di vicinanza concreta agli storici e agli studenti di cinema.
Perfetta incarnazione del mito, tutto a stelle e strisce, della self made woman nell’alveo del sogno americano, era convinta che il successo individuale si fondasse solo sugli sforzi del singolo, e che nessun aiuto dovesse provenire da fonti statali.
Una convinzione che contrastava con la sua generosità personale e il supporto alle cause benefiche, a cui volle dedicarsi soprattutto negli ultimi anni della sua vita, terminata a ottantadue anni a causa di problemi respiratori.
A suo agio nel noir e nella commedia sofisticata, l’attrice diede il meglio di sé anche nel melodramma e nel western: in molti la ricordano ancora, già anziana, nella parte di Victoria Barkley, tra i protagonisti della serie tv “La grande vallata”, andata in onda alla fine degli anni Sessanta, che le valse un Emmy.
Nel corso della sua sterminata carriera, per la quale ha ricevuto un Oscar nel 1982, ha ricevuto ben quattro nomination: nel 1938, 1942, 1945 e 1949 rispettivamente per le interpretazioni in “Amore sublime”, “Colpo di fulmine”, “La fiamma del peccato” e “Il terrore corre sul filo”.
Era nota per il suo instancabile impegno sul set: una stacanovista assoluta, tanto che il regista Jacques Tourneur dichiarò che l’attrice “viveva solo per due cose: il lavoro e il lavoro”.
L’American Film Institute l’ha inserita all’undicesimo posto tra le più grandi star della settima arte di tutti i tempi.

 

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